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Castellabate La tua guida in Cilento

Patrimonio mondiale dell'umanità dal 1998

Luoghi Castellabate
Patrimonio mondiale dell'umanità dal 1998

Castellabate è un comune italiano sparso con sede comunale nella frazione Santa Maria. Il paese, la cui popolazione ammonta a 9.181 abitanti, si trova sulla costiera cilentana (provincia di Salerno) in Campania e il suo territorio rientra completamente nel parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, dichiarato nel 1998 patrimonio mondiale dell'umanità dall'UNESCO. I suoi ambienti marini costituiscono l'area marina protetta Santa Maria di Castellabate.

Il comune di Castellabate si estende prevalentemente sulla costa tirrenica, nell'estremo meridionale del golfo di Salerno, fra la punta del Saùco nei pressi di Tresino a nord, e il fiume Rio Arena (a Ogliastro Marina) a sud. Confina con Agropoli (a nord), Laureana Cilento (a nord-est), Perdifumo (a est) e Montecorice (a sud). Dista circa 65 km dal suo capoluogo di provincia (Salerno) e 130 dal capoluogo di regione (Napoli).

Il territorio comunale è compreso interamente nel parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni e i suoi maggiori rilievi sono il monte Tresino (355 m s.l.m.) e il monte Licosa (326 m s.l.m.). Il capoluogo domina un promontorio (278 m s.l.m.), un'estrema propaggine del monte Stella a ridosso della fascia costiera tra punta Licosa e punta Pagliarolo e delle frazioni di Santa Maria e San Marco. L'unico fiume permanente è il Rio Arena, gli altri corsi d'acqua sono legati principalmente alle precipitazioni piovose.

Il mare e la costa di Castellabate sono dal 1972 sotto tutela biologica marina per preservarne il patrimonio naturale e ambientale, rappresentando uno dei primi esempi di parco marino in Italia. Nel 2009 è stata istituita l'area marina protetta Santa Maria di Castellabate, che abbraccia la zona tra la baia del Saùco (o del Vallone) e la punta di Ogliastro. L'area è suddivisa in zone sottoposte a diverso regime di tutela ambientale, tenuto conto delle caratteristiche ambientali e della situazione socioeconomica presente. La zona A di riserva integrale vieta anche la balneazione e riguarda la costa tra punta Tresino e vallone Maroccia. La zona B (tratto di mare circostante la zona A e quello tra punta Torricella e punta Ogliastro) di riserva generale consente la balneazione e la navigazione a velocità non oltre i cinque nodi entro 300 metri dalla costa. La zona C di riserva parziale con limitazioni circoscritte comprende il residuo tratto di mare all'interno dell'area marina protetta.

Alcuni dei suoi ambienti naturali, sia marini che collinari, sono inseriti nella Rete Natura 2000, un sistema di aree protette secondo le direttive europee Habitat (92/43/CE) e Uccelli (74/409/CE), che mirano alla tutela di habitat naturali dove le specie animali e vegetali sono minacciate a livello comunitario. Le zone di protezione speciale che rientrano nel comune sono il parco marino di Santa Maria di Castellabate (5019 ha) e la costa tra punta Tresino e le Ripe Rosse (2841 ha, dove queste ultime rientrano nel comune di Montecorice), mentre i siti di importanza comunitaria sono l'isola di Licosa (5 ha), monte Licosa e dintorni (1096 ha) e monte Tresino e dintorni (1339 ha).

Il territorio presenta alcune specie animali e vegetali non comuni e perciò soggette a particolari forme di tutela e conservazione. Nei fondali marini si incontrano il coralligeno e praterie estese di posidonia oceanica, al cui interno vivono numerose specie di pesci e crostacei, alcune rare come quella il pesce pappagallo mediterraneo (Sparisoma cretense) e la siriella (Syriella castellabatensis, un crostaceo scoperto nel 1975 nel mare di Licosa e studiato dalla stazione zoologica Anton Dohrn), ma anche ricci di mare, madrepore, gorgonie, briozoi e spugne[9]. Il reef di Licosa, una bioconcrezione formate da vermetidi (Dendropoma petraeum) simile alle barriere coralline tropicali, è una delle poche specie del Mediterraneo che formano biocostruzioni superficiali. Vi è anche la presenza di colonie di nacchere (Pinna nobilis), un mollusco bivalve protetto, inserito nella lista rossa della direttiva europea Habitat.Nel 2006 nella baia Arena di Ogliastro Marina si è assistito a un evento inconsueto per queste zone: la deposizione di uova della tartaruga marina Caretta caretta.

Nell'ambiente terrestre, in particolar modo sull'isola di Licosa, vive una specie di lucertola endemica (Podarcis sicula klemmeri), che presenta una particolare livrea verde e azzurra. Sempre nei pressi di Licosa, grazie all'ambiente poco antropizzato, la costa rocciosa e al mare pescoso, nidifica abitualmente in primavera inoltrata il gabbiano corso, che la IUCN ha inserito tra le specie a rischio di estinzione. Nella zona di Tresino si trovano specie come il falco pescatore e il cervone. La formazione vegetale arbustiva di Castellabate è contraddistinta dalla macchia mediterranea con carrubi, mirti, ginepri, corbezzoli, pini d'Aleppo e dagli alberi simbolo del Cilento: l'ulivo, la vite e il fico. Si segnala poi nei pressi della pineta di Licosa la presenza della quercia vallonea (Quercus macrolepis), una specie che corre il rischio dell'estinzione. Si possono trovare poi alcune varietà di piante come il vilucchio striato (Convolvulus lineatus), la violacciocca selvatica (Matthiola tricuspidata) che si riteneva ormai scomparsa dalla zona cilentana e rari endemismi come la ginestra del Cilento (Genista cilentina). Una particolare menzione meritano il limonio salernitano (Limonium remotispiculum) e il giglio bianco (Pancratium maritimum), un fiore selvatico (simbolo nell'iconografia di san Costabile di purezza e mitezza) che cresce spontaneamente sui litorali sabbiosi (soprattutto a Lago), inserito dal Ministero dell'ambiente tra le specie vegetali protette.

Il territorio di Castellabate, soprattutto nella zona costiera di Licosa e Ogliastro Marina, è caratterizzato dalla presenza del "flysch del Cilento", una roccia sedimentaria composta da diverse stratificazioni (costituite tipicamente da alternanze cicliche di arenaria, di argilla o marna, di calcare). Si è formata a seguito dell'erosione delle montagne in formazione, che sono emerse dal mare, e i cui detriti quindi si sedimentarono nelle adiacenze dei bacini marini. Tali rocce, immerse nella macchia mediterranea, degradano lentamente nel mare estendendosi anche per oltre cinque miglia. Nei fondali questa conformazione rocciosa, formata da numerose cavità e spaccature, viene utilizzata come rifugio da diversi organismi animali e vegetali. Tra San Marco e punta Licosa è ben visibile l'affioramento degli strati del flysh, che si presentano deformati e inclinati rispetto all'originario assetto orizzontale e l'azione del moto ondoso, erodendo maggiormente i livelli più teneri, ne esalta la stratificazione.

Altri tratti di costa sono interessati da fenomeni erosivi, dovuti principalmente a fattori climatici, che hanno dato vita a spiagge fossili (come quella di San Marco) o a azioni disaggregative delle rocce, come nel caso della costa che va da punta Pagliarolo a punta Tresino. In questo tratto la costa risulta essere particolarmente accidentata, formata da grandi blocchi e segnata numerose fratture chiamate diaclasi.

Il fenomeno erosivo è testimoniato anche dalle caratteristiche rocce che si sono formate e levigate nel tempo: come lo scoglio "della Tartaruga" e quello "della Principessa saracena", che richiama nella forma il viso di una donna intenta ad ammirare il mare[14]. Tale scoglio, secondo una leggenda del posto, è la principessa saracena Ermigarda, la quale si gettò nel mare per unirsi al suo amato pescatore Octavio inghiottito dalle onde. Nettuno per pietà li trasformò in scogli.

Un altro fenomeno che va a modellare la forma delle rocce arenarie della costa è quello dell'aloclastismo, dovuto alla cristallizzazione del sale marino, il quale con la sua azione espansiva disgrega la roccia creando una serie di sculture alveolari molto particolari.